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Ospedale 4.0 e assistenza territoriale: le priorità della sanità di domani

Dallo stato di salute del parco tecnologico di diagnostica per immagini in uso nelle strutture sanitarie italiane pubbliche e private al Payback, passando per il Pnrr e gli ospedali 4.0, fino all’assistenza territoriale e al suo rafforzamento. Sono i temi che l’agenzia Dire ha affrontato con il presidente di Confindustria Dispositivi Medici, Massimiliano Boggetti.

Massimiliano Boggetti

Mammografi, Tac, Pet e risonanze magnetiche ancora vetuste in Italia: cosa fare?

«Quello dell’aggiornamento del parco tecnologico è esattamente una delle grandi opportunità che il nostro Paese ha per mettere a sistema una grossa campagna di rinnovamento tecnologico del parco ospedaliero, magari se fatto con intelligenza anche aiutando le nostre industrie a espandersi, immaginando di riportare la produzione di queste tecnologie sul nostro territorio e nel frattempo in cui si comprano, se queste tecnologie venissero prodotte in Italia anche aiutando indotto, occupazione e Pil italiano. Quindi, la bellezza di questa opportunità è che abbiamo l’occasione di migliorare la salute dei nostri cittadini ma, se fatto contemporaneamente in maniera intelligente, anche di dare una mano al nostro Paese ad aumentare questo famoso Pil che oggi è finalmente in ripartenza e che non deve essere solo un rimbalzo tecnico».

Il payback sui dispositivi medici, quanto pesa sui bilanci delle imprese? E ci sono alternative?

«È chiaro che se noi creiamo un ambiente che per anni è stato ostile all’innovazione tecnologica, perché si è principalmente comprato al prezzo, un Paese dove gli investimenti in sanità sono andati in recessione negli ultimi anni perché ci si è indirizzati più verso un contenimento della spesa che non verso un investimento tecnologico, e contemporaneamente si continua a tassare l’industria attraverso meccanismi anche molto particolari come quello del Payback, è evidente che l’occasione di cui dicevo prima verrà ampiamente mancata. Questo perché l’industria tenderà a non arrivare nel nostro paese e saremo dunque costretti ad importare tutte quelle tecnologie di cui i nostri ospedali hanno bisogno. Quindi, il peso è molto forte e in questo momento grava nella misura in cui comporta alle nostre imprese di accantonare molti soldi per questo provvedimento che, però, non ha ancora visto la luce dal punto di vista tecnico con un decreto attuativo. Quindi, non è arrivato un euro nelle tasche del governo ma, contemporaneamente, le imprese hanno una grande quantità di soldi bloccati».

Parliamo di Pnrr. Quali sono le proposte di Confindustria Dispositivi Medici per utilizzare i fondi in modo efficace, equo e appropriato?

«Noi abbiamo redatto un documento proprio durante la fine della prima ondata pandemica, ormai un anno fa, che abbiamo chiamato “Salute, scienza e industria”. Il documento recepisce 9 punti nodali su come investire bene le risorse nel Pnrr. Ovviamente uno di questi punti è proprio il rinnovo del parco tecnologico ma anche un ospedale digitale, interconnesso con il territorio. Abbiamo chiesto l’attivazione di percorsi virtuosi di valutazione e innovazione tecnologica perché vorremmo vedere i soldi investiti e non spesi. Contemporaneamente abbiamo poi parlato proprio dell’investimento delle nostre industrie, quindi dell’occupazione e dell’indotto, e abbiamo parlato del ritorno ad un paese che crede nella scienza e nella tecnologia. Noi abbiamo quindi una ricetta molto chiara su quello che debba essere fatto e devo dire con soddisfazione che molto di quello che c’è scritto nel Pnrr ricopre anche quello che abbiamo sollevato come punti di azione. Molti sono ancora però i temi aperti che meritano di essere risolti. Non bisogna dimenticare che l’arrivo di soldi non è di per sé è sinonimo di risoluzione dei problemi. L’Italia è famosa in Europa per essere incapace di usufruire dei finanziamenti che ogni anno, tra l’altro, l’Europa stessa mette a disposizione del nostro paese e che noi ogni anno puntualmente perdiamo per incapacità progettuale, per incapacità realizzativa, per eccesso di burocrazia, insomma per tutti i mali che, lo sappiamo, affliggono il nostro Paese».

Cosa fare per disegnare l’ospedale 4.0?

«Credo che ormai le tecnologie ci siano, alcuni dei modelli anche in giro per il mondo sono disponibili. L’idea è quella di avere un ospedale digitalizzato, un ospedale con tecnologie moderne che mettono a sistema i dati che arrivano dalle diverse discipline e un territorio che dialoga con l’ospedale in maniera efficiente. Però, uno dei due temi che ostacolano e che devono essere risolti proprio per la creazione di un ospedale 4.0, è innanzitutto l’assenza di un’infrastruttura di scambio dati omogenea sul territorio. Se pensiamo alla medicina territoriale come una soluzione per tutti quei pazienti che vivono in situazioni remote, è evidente che trovarci in una situazione in cui la connessione dati è inesistente proprio nelle zone remote e non è in grado di comunicare i dati apre un grande punto interrogativo di come realizzarla. Non è solo il tema “c’è la tecnologia”, ma poi è in quale modo la tecnologia riesce a dialogare. Un altro dei temi che abbiamo messo in questione riguarda proprio la formazione: oggi noi abbiamo un fortissimo analfabetismo digitale nel nostro Paese. E allora mi chiedo quante risorse siano state allocate per fare formazione dei medici, dei farmacisti e di tutti quelli che dovranno aiutare i cittadini ad usare queste tecnologie, che non sono il futuro ma rappresentano già il presente in molte realtà. Questi sono i temi nodali su cui l’Italia deve necessariamente interrogarsi e trovare una risposta».

Quanto è importante rafforzare l’assistenza territoriale e come si può realizzarne una migliore per mettere il paziente sempre più al centro?

«Durante tutto il periodo pandemico abbiamo visto quanto sia importante la medicina territoriale. Oggi la pandemia ha accelerato alcuni processi già in corso e li ha messi evidentemente a nudo, come spesso capita in situazioni di emergenza e di stress ed è quando poi i problemi veri emergono. Noi abbiamo visto quanto oramai la logica di una sanità efficiente, ma anche eticamente e socialmente più corretta nei confronti del paziente, passi attraverso una medicina che sia vicina al cittadino nel momento in cui è malato presso le proprie case o la propria dimora. Questo è quello che oggi è fondamentale: sarebbe stato impossibile gestire l’urto di una pandemia come quella che c’è stata sul Covid se non ci fosse stata una gestione anche del paziente presso le proprie abitazioni. Le tecnologie, ripeto, ci sono, è già tutto disponibile e il futuro necessariamente passa da lì, anche perché gestire un paziente in un ospedale ha un costo completamente diverso. Gestirlo a casa offre non solo una sanità più sostenibile ma anche una sanità più giusta dal punto di vista sociale. È lì dove si va, è lì dove i pazienti e i cittadini chiedono di andare. Le tecnologie ci sono, noi siamo pronti, adesso bisogna mettere le decisioni e farle diventare realtà. Si deve agire su tutti quei temi di cui abbiamo anche parlato oggi e che possono rappresentare un ostacolo ad un’occasione che non possiamo perdere. Non esiste un Paese in salute che non passi attraverso proprio la salute dei suoi cittadini».

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