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Sanità integrativa: il rapporto con gli over 50

Lo scorso 30 giugno è stato presentato presso la Camera dei Deputati il Quaderno di Approfondimento Itinerari Previdenziali “Silver Economy, una nuova grande economia”. 

Uno degli aspetti di maggior interesse emersi dai risultati dell’indagine campionaria è il rapporto con sanità, prevenzione e cure, con particolare riferimento ai livelli di iscrizione a forme di assistenza sanitaria integrativa tra le persone over 50.

Analizzando i livelli di iscrizione rispetto alle diverse fasce anagrafiche si osservano tassi più elevati all’interno delle classi d’età estreme (50-64 anni e over 75). Al contrario, tra i 65-74enni il valore è pari al 13,6%. Tra gli individui in quest’ultima fascia d’età si rileva la percentuale più elevata di soggetti che si rivolgono esclusivamente al Servizio Sanitario Nazionale (62,7%). Viceversa, tra le altre due circa 1 individuo su 2 si rivolge in via esclusiva al SSN.

Cambiando il criterio di analisi si rileva come siano i pensionati/lavoratori (43,1%) e gli occupati (32,5%) le categorie con i livelli di iscrizione maggiori. Ciò è comprensibile se si pensa che per alcune forme di assistenza sanitaria integrativa l’adesione da parte dei lavoratori dipendenti è obbligatoria in quanto prevista dai CCNL di riferimento.

Perché l’assistenza sanitaria integrativa è la soluzione

In un Paese come l’Italia – nel quale l’aspettativa di vita a 65 anni è tra le più alte in Europa e nel Mondo mentre quella in buona salute, sempre a 65 anni, scende a poco più di 10 anni sia per uomini che per le donne – occorre fare un importante lavoro di prevenzione. Ciò va fatto mediante visite e check-up periodici, al fine di migliorare la qualità di vita in vecchiaia, quantomeno sotto questo punto di vista.

A questo proposito possono venire in soccorso le forme di assistenza sanitaria integrativa. L’adesione all’assistenza sanitaria integrativa permette di non anticipare le spese sanitarie oppure di ottenere il rimborso totale o parziale di determinate prestazioni sociosanitarie.

Si tratta quindi di una scelta che i cittadini compiono per integrare i servizi offerti dal SSN. In questo modo si tutelano anche dagli oneri economici che deriverebbero dal ricorso diretto al privato.

Attualmente, come rilevato dal Nono Rapporto Itinerari Previdenziali, a fronte di una spesa privata totale pari a 45,451 miliardi, oltre 40 escono direttamente dalle tasche delle famiglie italiane e solo 5, ovvero l’11%, sono intermediati da fondi sanitari: risulta chiaro pertanto come ci siano ampi margini di ampliamento del settore.

Settore che non solo è poco utilizzato dai Silver, ma che è anche trascurato dai decisori politici e dalla legislazione nazionale. Ancora oggi non esiste una legge quadro di riferimento in materia o l’obbligo per gli enti di pubblicare i bilanci e i dati statistici caratteristici. Lo stesso Ministero della salute nel secondo reporting system dell’ottobre 2021 ha ammesso che il numero di enti riportati nel rapporto deve essere considerato solo come rappresentativo e non esaustivo delle realtà facenti parti la sanità integrativa. Questo perché l’iscrizione all’Anagrafe è volontaria, e la stessa si limita ad attestare l’esistenza di ciascun fondo, senza svolgere alcuna attività di controllo e vigilanza.

È quindi necessario lavorare al più presto su entrambi i fronti. Da un lato, si tratta cioè di far comprendere agli italiani quanto sia importante ed economicamente conveniente l’iscrizione a forme di assistenza sanitaria integrativa. Dall’altro, di razionalizzare un settore del welfare complementare fondamentale per consentire a ciascun cittadino di vivere una vita non solo lunga ma soprattutto, in salute.

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