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Storie di sport, storie di vita: la scalata del Monviso nel 1985

Ci sono stati momenti speciali, ricordi che bruciano o che allietano, e ciascuno di essi, è indispensabile per indagare in merito alle scelte assunte, anche quelle che sono state dettate dall’impulsività, anche quelle le cui ragioni ci resteranno per sempre ignote.

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Crissolo, provincia di Cuneo, 23 febbraio 1985, sabato. Nel pomeriggio gli sciatori rientrano a valle, è stata una buona giornata, il tempo sereno e la neve buona. Al termine della sciovia più alta siamo in due, non per scendere, per salire, piuttosto, neve fresca, verso il Monviso, sci e pelli di foca, direzione la base della parete nord, dove lasciare gli sci e risalire ancora un tratto del conoide nevoso, obbiettivo il bivacco Villata, una mezza botte metallica ancorata su uno sperone di roccia a 2.680 metri di quota.

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Sono stato un alpinista, per molti anni, una spinta continua verso la novità, pareti poco note, itinerari percorsi di rado, salite invernali, appunto, come quel giorno dell’85. Che freddo, e quanto buio all’una e trenta del mattino quando siamo usciti all’aperto, le lampade frontali appena sufficienti a illuminare le mani, già legati, pronti alla salita ai 3.842 metri della vetta, raggiunta dopo diciotto ore di scalata, ghiaccio vivo, neve fresca, errori di percorso, nessuna sosta, troppo freddo e nulla da bere, thermos vuoto e borracce ghiacciate.

Siamo una cordata affiatata, tra noi non abbiamo bisogno di parlare, le manovre sono collaudate, si procede, avanti, in alto, tempo bello, il versante nord del Monviso è scuro e respingente, ma il cielo è terso, più sopra il canale si allarga, è già pomeriggio, è necessario correre, le giornate sono brevi, la notte vicina e la discesa lunga. Altra neve fresca, è tardi, in fondo valle si allungano le ombre della sera, ancora salita, ancora salita, e dunque, con la sorpresa di ogni volta, la vetta, alle diciannove e trenta, ancora qualche minuto di chiarore e anche quassù in alto siamo al buio.

Trascorreremo la notte tra il 24 e il 25 febbraio appena sotto la croce sommitale, senza tenda, dentro un buco tra le rocce e il ghiaccio, venticinque gradi sottozero, rinchiusi nel sacco a pelo, un’orgia di brodo e di tè ottenuti sciogliendo per ore la neve su un fornelletto a gas. Un pulpito privilegiato sulla pianura Padana, una vista sconfinata sino all’Adriatico.

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Un altro mattone di esperienza da digerire negli anni a venire, quell’emozione violenta trasformata in linfa, un liquido caldo disciolto nella nostra sensibilità, con il quale dissetarci quando saremmo stati malinconici. La bellezza acuta di quella notte distillata in un antidoto contro la provvisorietà e l’infelicità.

Alessio Paša

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