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SOS anziani: I figli sono davvero i caregiver ideali?

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Quando la famiglia si trova per la prima volta ad affrontare la sfida del supporto ai propri anziani le difficoltà da superare sono innumerevoli: in Italia – nella stragrande maggioranza dei casi – la persona anziana, pur di non aprire la porta della propria casa a persone esterne, nega l’evidenza delle proprie fragilità, esponendosi così a grandi pericoli e mettendo la famiglia in grave difficoltà.

L’aiuto dei figli

Nella nostra cultura l’unico aiuto accettabile è quello che proviene dai figli i quali, oltre a non vivere necessariamente vicino, hanno un lavoro e, se non una famiglia propria da accudire, hanno comunque spesso una vita densa di impegni. Parallelamente sono molti i nati negli anni 60-80 che hanno visto i nonni accolti in casa e accuditi dai figli fino all’ultimo giorno: questa generazione si ritrova quindi portatrice di un paradigma famigliare e sociale completamente in contraddizione con l’evoluzione della realtà: tenta quindi con ogni mezzo di adattare una soluzione “antica” a un mondo “moderno”, che invece ha caratteristiche ed esigenze diverse, esponendosi così a rischi per sé e per il proprio caro. Già questa premessa potrebbe essere sufficiente a far crollare il vecchio modello organizzativo, quello che riconosce nei figli il caregiver ideale.

La distanza fisica presenta limiti oggettivi: quello che un figlio potrebbe fare uscendo dall’ufficio dopo il lavoro o durante la pausa pranzo, quando si vive lontani richiede veri e propri permessi orari, se non addirittura giorni di ferie. Nell’era dei lockdown siamo diventati tutti molto bravi a fare qualsiasi cosa online, e certamente le video-chiamate aiutano: tuttavia anche i più grandi esperti di comunicazione ribadiscono che la più alta percentuale di comunicazione non è verbale, ma para-verbale ed è fatta di tutte quelle sensazioni e impressioni che solo un incontro di persona può trasferire.

La distanza relazionale in quanto non tangibile è la più difficile da considerare, perché quando si apre il portone delle emozioni, quello che emerge può sorprendere ed essere facilmente frainteso. Questo spazio è riempito da molti fattori estremamente diversi tra loro, che possono essere colpevoli di un’eccessiva vicinanza, ma anche di troppa lontananza:

–          Senso di colpa che può essere instillato sia dalle dinamiche relazionali tra genitori e figli, il più delle volte molto complesse e poco lineari che dalla società: il vecchio archetipo secondo cui dev’essere il figlio ad accudire il genitore anziano è trasversale lungo lo stivale, dal piccolo paese alla grande città, al nord come al sud;

–          Senso del dovere: il possibile ricovero in una struttura residenziale assistenziale è vissuto il più delle volte come una condanna da evitare con tutte le forze;  tanti sono i figli che ne fanno una questione di principio, a prescindere da un’analisi più obiettiva della situazione specifica o da quello che può essere il consiglio oggettivo di un medico; (personalmente ho assistito a casi in cui il ricovero è stato un vero e proprio toccasana, anche per gli assistiti e certamente non si può generalizzare)

–          Senso di gratitudine: spesso si presenta in quelle famiglie in cui il genitore, soprattutto la mamma, si è dedicata completamente alla propria famiglia rinunciando alla coltivazione di hobby, professioni o attività esterne al nucleo famigliare;

–          Rabbia: un genitore che è stato vissuto negativamente dal figlio alimenta un rancore che può offuscare completamente il giudizio; ho visto figli che vogliono essere coinvolti il meno possibile e altri che si ostinano a volersi comportare meglio del genitore, non realizzando di non avere gli strumenti emotivi per riuscirci;

–          Rapporto sintonico e positivo: essere molto vicini consente di osservare il particolare, ma limita la visione d’insieme che spesso sfugge, e che solo un occhio esterno ci consente di individuare. Può quindi capitare che quell’improvvisa aggressività del genitore può non essere necessariamente legata a ciò che che da vicino ci appare più evidente, e può invece trovare la sua origine in un trauma precedente di altra natura e che apparentemente non aveva intaccato la sfera psichico-comportamentale.

L’evoluzione del rapporto

La totalità dei casi presenta un amalgama di tutti questi fattori e anche altri, che uno psicologo saprebbe elencare con più dovizia. Appare comunque evidente che il forte coinvolgimento emotivo che esiste indelebilmente nel rapporto genitori-figli condiziona in modo importante la comprensione di ciò che accade ogni giorno: anche volendo e credendo di fare veramente la cosa più giusta, ho visto prendere dei granchi colossali.

Se il decadimento cognitivo accompagna l’invecchiamento, vede i figli anche alle prese con ulteriori problematiche comportamentali spesso sorprendenti, che disorientano e che aggravano il problema: in questi casi è fondamentale e necessario comprendere la situazione, la “nuova” realtà all’interno della quale si muovono i propri cari, le dinamiche imprevedibili e spesso incomprensibili con le quali agiscono, e lavorare con professionisti che siano in grado di “costruire” la strategia giusta per il proprio caro, che tenga conto di una infinita quantità di variabili estremamente soggettive. Questo deficit molto spesso si esplicita con l‘esasperazione di comportamenti che ci sono sempre stati e che per questo si nasconde anche agli occhi più attenti.

Per esempio, una persona che ha sempre fatto fatica a tenere la lingua a freno, riuscirà a farlo sempre meno, sarà sempre più insopportabile e difficilmente un famigliare intercetterà in questo atteggiamento una demenza; una persona che non ha mai avuto un rapporto sereno con la saponetta, la terrà sempre più lontana e il malumore generato negli anni da questo comportamento, aumenterà in modo esponenziale, e pochi famigliari comprenderanno che oltre al difetto già conosciuto si sta insinuando un decadimento cognitivo. E così via

I figli è bene che continuino a fare figli, anche se hanno competenze professionali di assistenza medica o parasanitaria: se anche potranno essere più a loro agio nel fare un’iniezione o nel fare un’igiene a letto, l’occhio esterno il più delle volte sarà sempre e comunque la scelta più giusta.

Come nelle altre professioni, anche nell’assistenza rimane la raccomandazione di non provvedere direttamente alla cura dei propri cari. Se poi mancano anche queste competenze specifiche, oltre alla lettura della situazione suggerita dalla propria mente, filtrata dal proprio cuore, è saggio affidarsi a qualcuno di esterno e competente: uno psicologo, un coach o un professionista dell’assistenza.

Scritto da:
Silvia FarinaSilvia Farina ha iniziato molto giovane nel volontariato, tramite cui è arrivata a gestire una casa albergo estiva per persone anziane. Nel 2014 ha aperto un’agenzia di servizi a domicilio scegliendo di specializzarsi nel supporto alle persone con demenza/Alzheimer: come affiliata di Home Instead Senior Care ha acquisito la loro esperienza, costruita in 30 anni da oltre 1000 agenzie nel mondo. L’incontro con oltre 600 famiglie ha messo in luce l’attitudine a comprendere le situazioni, risolvere problemi e organizzare le risorse. Chiusa l’agenzia, ora collabora con VillageCare.it, il primo portale italiano che “aiuta chi si prende cura”, ed è consulente di società impegnate in progetti ad impatto sociale rivolti alla terza età. Sei un figlio caregiver? Silvia organizza l’assistenza ai tuoi cari: più soluzioni per loro e meno problemi per te! Prenota 30 minuti di colloquio gratuito al 392.9602612 oppure scrivendo a info@silviafarina.com.

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