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Psicologia over 50: il sè nella relazione con l’altro

Chiunque si occupi di psicoterapia conoscerà il grosso filone legato alla Teoria Relazionale, indipendentemente dal fatto che utilizzi o meno questo assetto mentale quale indirizzo di modalità diagnostica e terapeutica. Tanti sono gli studi e gli approcci ma io, qui, vorrei fare riferimento a quanto approfonditamente studiato, scritto e verificato dal collega Luciano L'abate di Atlanta.…

Chiunque si occupi di psicoterapia conoscerà il grosso filone legato alla Teoria Relazionale, indipendentemente dal fatto che utilizzi o meno questo assetto mentale quale indirizzo di modalità diagnostica e terapeutica. Tanti sono gli studi e gli approcci ma io, qui, vorrei fare riferimento a quanto approfonditamente studiato, scritto e verificato dal collega Luciano L’abate di Atlanta.

Psicologia over 50: il sè nella relazione con l'altro

Grande mente lineare quanto arzigogolata nelle sue teorizzazioni, egli ha sempre qualche spunto in più per essere attendibile e accettabile, persino nelle sue contraddizioni rispetto al Manuale Diagnostico che vorrebbe fosse fatto in tutt’altra maniera (ma, a dire il vero, non è l’unico a pensarla così).

Ci conosciamo da parecchi anni e tra noi – pur essendo da un punto di vista professionale il diavolo e l’acqua santa (o viceversa, dipende dai punti di vista) – c’è una profonda stima oltre che un grande affetto quasi raro tra colleghi di opposte posizioni e di così tanta distanza anche geografica; per questo motivo Luciano L’abate non manca mai di inviarmi i suoi pezzi e io, generalmente, non manco di accontentarlo con i miei modesti confronti con la psicoanalisi.

Questa volta mi ha coinvolta in un parere su un altro aspetto della sua Teoria Relazione: il Modello del Sé. In questo lavoro, teorizza diversi tipi di personalità, che si combinano alternativamente a seconda della strutturazione del sé individuale all’interno del rapporto della coppia (che per lui è quella intima matrimoniale), facendo valere, per la risultanza relazionale, poli di attrazione nella disuguaglianza, di repulsione o di accettazione a seconda della base patologica o meno del o dei partner.

È una teoria non nuova, visto, tra l’altro, che si tratta di una revisione del 2000 e, a dirla tutta, è pure da tempo nota in Terapia Sistemica Familiare come teoria che produce, all’interno della relazione disfunzionale, il cosiddetto “paziente designato”.

Qualcosa su questa teoria, tradotta in termini semplici e adatti a riflessioni comuni:

Il concetto di base è che ognuno trasmette all’altro (intimo) la rappresentazione della auto attribuzione di importanza/non importanza di se stesso. Ossia,, tutti noi abbiamo una considerazione di noi stessi e siamo in relazione con l’altro solo se e quando trasmettiamo la nostra auto-considerazione.

E dunque, ci sono delle categorie:
1 “io non sono importante né per me stesso né per te”
2 “io sono molto più importante di te e tu sei meno importante di me”
3 “tu sei molto più importante di me e io sono meno importante di te”
4 “io e te siamo importanti allo stesso modo”.

È chiaro che le prime tre categorie appartengono a relazioni disfunzionali, fino ad arrivare alle vere e proprie patologie e a comportamenti che possono sfociare addirittura nella criminalità.

La mia considerazione molto in generale è che ci sia un po’ il rovescio di quanto da me (e da altri) teorizzato: qui siamo noi (è il nostro sé) che in-forma l’altro e non viceversa e pertanto non è l’altro che ci in-forma, ci dà-forma e consistenza del nostro esistere.

L’altro è indispensabile (indispensabile, dunque ben più di importante) a tutti noi per parecchi motivi. Vediamone alcuni:

– poter percepire che il mondo è un contenitore nel quale c’è posto per il Dentro (Io) e per il Fuori (l’Altro);
– poter percepire che tra gli oggetti  (persone e cose) c’è (e ci deve essere) distanza;
– poter percepire la sua mancanza/assenza e  poterne sperimentare il desiderio;
– poter indirizzare i propri istinti vitali – sessuali e poter abbandonare in maniera matura il narcisismo (“esisto solo io”) costituzionale della nascita;
– poter etero indirizzare/convogliare l’aggressività, le emozioni in generale  ed i sentimenti, piuttosto che solamente auto rivolgerli.

Ma c’è di più:
L’altro (la relazione con l’Altro) ci permette (e anche ci obbliga) nel divenire “doppi” nella nostra unicità,  una sorta di Giano Bifronte che veglia sulle due direzioni di “entrata/uscita”: sul “passaggio”, appunto, di Me / Non Me – ossia sulla creazione del Sé relazionale.

Il “bicefalismo” metaforico consente sia di pensare all’Altro (il fuori da Sé) e sia di pensare ai propri passaggi e mutamenti interiori; pertanto,“sapere” (rendersi psichicamente conto) che esiste l’Altro permette, appunto, la duplicazione dell’Io e la conciliazione degli opposti (qualunque categoria di opposti).

E  ancora:
fin qui, la conseguenza della percezione affettiva (psichica) dell’Altro; inoltre, l’esistenza in quanto tale (ancor più che l’effettiva presenza) di esso ci auto-regola e ci auto-informa anche  sulla sperimentazione e normativizzazione  del vivere sociale.

Vi è poi la sommatoria della percezione affettiva /psichica e della regolamentazione sociale che fa un po’ da quadratura del cerchio: l’altro dà senso e pregnanza al Futuro e al “gioco” che con tale futuro si può instaurare. (“vivo anche  per Te e non solamente per Me”).

E questo è una bella botta di responsabilità, perché se è vero che è l’Altro a validare la nostra esistenza è altrettanto vero che ognuno di noi è, a propria volta, l’Altro per l’Altro.

Se questo è un pensiero che resta superficiale, siamo nella situazione di nevrotica insofferenza della vita, perché potrebbe anche non andarci di fare i conti con la maturità affettiva e quindi non essere né esigente nei confronti dell’altro né tanto meno generoso; potrebbe non esserci gratificazione alcuna proveniente dalla alterità e si vivrebbe in una sorta di noncurante alienità dove tutto “va bene”, tutto  fila liscio.

Il vantaggio è la calma libidica e lo svantaggio è …. altrettanto la calma libica

Grazia Aloi

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