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Le relazioni e la terza età

Le relazioni e la terza età

Le relazioni con gli altri costituiscono gli elementi strutturanti fondamentali per la costruzione della vita mentale. A riguardo Heidegger affermava che “l’uomo è esistenzialmente con gli altri anche quando è solo”, ovvero per l’uomo la presenza dell’Altro e il contatto sono una necessità primaria. L’astinenza da tocco altrui ha un nome scientifico preciso, skin hunger, letteralmente “fame di pelle”, ed ha importanti ricadute sull’umore, dallo stress all’insonnia, fino alla depressione.

Il bisogno di contatto fisico è una necessità biologica primaria: è il motivo per cui i bambini appena nati vengono appoggiati al petto nudo dei genitori, e una delle prime mancanze avvertite da chi trascorre lunghi periodi in isolamento carcerario. In un esperimento condotto dallo psicologo statunitense Harry Harlow negli anni ’50, i cuccioli di macaco separati dalla madre tendevano a rannicchiarsi vicino a una “mamma fantoccio” fatta di asciugamani caldi anziché a una finta mamma di fili metallici, e questo anche quando la madre metallica aveva cibo da offrire. Le baby scimmie preferivano una madre da abbracciare anche se questo significava non trovare nutrimento. Toccarsi sulla pelle stimola il rilascio di ossitocina, un ormone che facilità il consolidamento dei legami; inoltre il tocco abbassa i livelli degli ormoni dello stress, come il cortisolo, è per questo che quando siamo spaventati cerchiamo istintivamente la mano di chi ci è accanto.

Le relazioni sociali rappresentano un bisogno umano fondamentale che è essenziale per la persona. A oggi sono numerose le evidenze scientifiche che sottolineano l’importanza del legame con l’Altro per il benessere psicologico e sociale della persona durante tutto l’arco di vita. Le scienze sociali definiscono le relazioni sociali come un “bene”, si parla infatti di «beni relazionali». Il concetto di beni relazionali è stato introdotto alla metà degli anni ottanta (1986) da Pierpaolo Donati e Martha Nussbaum e si è sviluppato grazie al contributo di diverse discipline. Per Martha Nussbaum i beni relazionali sono quelle esperienze umane dove è il rapporto in sé a costituire il bene. Il ‘bene relazionale” è un bene che non si identifica con una prestazione o una merce: esso è costituito dalle relazioni umane che animano ad esempio una famiglia, una associazione, una comunità di vicinato. Il concetto di “bene relazionale” ci allontana dalla prospettiva individualista, purtroppo sempre più presente nella nostra società attuale. Oggi, infatti, ci troviamo all’interno di una cultura in cui si è persa l’importanza dell’incontro con l’Altro.

Felicità e relazioni sociali

Le relazioni sociali rappresentano la condizione essenziale per la nostra felicità. Non sempre ci rendiamo conto di quanto siano importanti. Elementi che differenziano i beni relazionali da altre tipologie di beni sono: la loro natura non strumentale, in cui la relazione è il bene e non uno strumento per il conseguimento di un fine economico, ovvero una relazione che non è un incontro di interessi ma un incontro di gratuità; la reciprocità non si può amare, essere amico o parente di un computer, ed è impossibile essere amico di qualcuno in modo unilaterale: la dimensione della reciprocità è fondativa (Bruni L.).

Martha Nussbaum in una conferenza disse: “debbo combattere in questo momento con i miei studenti, studentesse, in particolare di Chicago, perché si sta affermando, diffondendo una cultura dove le persone, i giovani per non soffrire abbandoni e tradimenti o per fallimenti di rapporti profondi non si legano più a nessuno. Quindi, siccome il rischio di farsi male nei rapporti profondi è maggiore, la gente vive rapporti di consumismo. Dobbiamo ricordarci che esistono delle “good pains e bad pleasures”, ovvero delle buone sofferenze e dei cattivi piaceri. Le buone sofferenze sono le sofferenze legate ai rapporti umani perché tu non puoi evitare che i mariti, i figli, gli amici ti possano anche far soffrire, perché se tu eviti questo tipo di sofferenza semplicemente non vivi più”.

Le ricerche ci dicono che la nostra percezione di felicità è molto più influenzata dai beni relazionali che dai beni materiali. Infatti dalle ricerche emerge che l’aumento del reddito è positivo fino a una certa soglia dopo di che diventa addirittura negativo. Pare quindi che l’impegno ad aumentare il proprio reddito, quando questo diventa un ossessione, produca un effetto negativo sulla percezione della felicità e del benessere. Inoltre sembra che all’aumentare del reddito le persone consumino più beni materiali rispetto a quelli relazionali e ciò produca effetti negativi sul benessere. L’effetto negativo si riscontra anche nella quantità e nella qualità delle relazioni sociali che sembrano diminuire.

Ulteriori studi condotti sia in Europa che negli Stati Uniti mostrano come le persone che partecipano alla comunità e alla vita associativa sono più felici, sperimentano un maggior livello di autostima e identità, che a sua volta tende ad aumentare la loro soddisfazione soggettiva. A livello comunitario, Sarracino e Gosset hanno evidenziato, attraverso uno studio condotto in Lussemburgo, che in una città che presenta un numero maggiore di organizzazioni sociali, il livello di benessere soggettivo è più alto e duraturo. I beni relazionali, dunque, sono beni che consentono la realizzazione piena dell’individuo e concorrono alla realizzazione del Bene della comunità. Se i beni relazionali sono il fattore più importante nella percezione del nostro benessere e della nostra felicità, risulta allora fondamentale imparare a lavorare sul costruire relazioni positive.

Beni relazionali e terza età

I beni relazionali sono promotori di benessere anche nella terza età e in condizioni di fragilità. In particolare sono strumenti importanti per ridurre il senso di emarginazione e solitudine: in uno studio condotto in Germania tra il 1984 e il 2011, Pagan indaga l’effetto dei beni relazionali sui livelli di soddisfazione della vita riportati da persone con e senza disabilità. I risultati mostrano una relazione positiva tra la soddisfazione di vita e il tempo trascorso con gli altri. Inoltre la relazione si intensifica per le persone con disabilità le quali evidenziano elevati punteggi nella partecipazione a eventi culturali e sociali. Risulta fondamentale continuare a coltivare i rapporti sociali durante tutto l’arco della vita e anche in condizioni di fragilità poiché esse hanno la capacità concreta di migliorare la qualità della vita. In particolare le relazioni sono importanti perché:

  • mantengono vivo il ruolo sociale della persona
  • evitano l’isolamento e la sensazione di solitudine
  • sono un buon alleato contro tristezza e depressione
  • aiutano a mantenere un buon livello psicofisico Inoltre per gli anziani il confronto e le relazioni con i pari sono molto importanti nel sostenere la definizione della loro identità (Palmonari, 1993).

Con l’avanzare dell’età i legami diventano ancora più importanti, e per questo si fanno essenziali, veri, senza finzioni, senza maschere. La vecchiaia è l’età dei legami puri. Educare alla relazione quindi non è solo importante ma anche urgente proprio perché vitale, proprio perché ne deriva il nostro benessere a tutte le età. Cercare di aumentare i nostri beni relazionali anziché inseguire l’accumulo di beni materiali può restituirci la vera dimensione della felicità. La relazione è un bene che sostiene il benessere (Cenci, Delvecchio, Mazzeschi).

Maria Lucia Caniglia

Psicologa esperta in Neuropsicologia e Psicologia dell’invecchiamento. Lavora presso Centri per Anziani con Decadimento Cognitivo e svolge diversi Corsi e Seminari in qualità di Docente/Relatore Presso Enti, Aziende, Associazioni e in ambito Accademico.
www.trainingautogenopadova.it
https://www.facebook.com/dottssacaniglia.psicologa

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